202004.271

STRATEGIE PSICOLOGICHE IN QUARANTENA (E OLTRE) #1. Il controllo delle informazioni e della comunicazione.

C’è stato un prima, ci sarà un dopo, per ora siamo ancora immersi nel durante. A breve, almeno in Italia, entreremo nella fase 2 in cui, convivendo con un pericolo non ancora debellato, cercheremo di recuperare quanto possibile sul piano delle attività sociali, lavorative, relazionali e anche psicologiche. 

Saper gestire una quarantena forzata e collettiva – seppur non assoluta – non è stato facile. Ma anche il dopo necessiterà di molte attenzioni mentali. Quali strategie, quali difese psicologiche a nostra disposizione?

Condivido in questo spazio alcune riflessioni terapeutiche, in parte frutto dell’osservazione empirica e clinica che ho avuto modo di sviluppare nel mio lavoro in queste settimane, e in parte frutto dell’esperienza che ho consolidato nella mia pratica clinica in circa vent’anni di professione psicologica, occupandomi principalmente di problemi inerenti la paura, l’ansia, il panico, le ossessioni, le compulsioni e l’angoscia depressiva. L’ho organizzato a mo’ di rubrica, cercando di affrontare uno ad uno i principali fattori che possono o sostenerci o farci affondare. 

*Nota preliminare: le considerazioni di seguito riportate riguardano solo chi, in questi drammatici momenti, ha avuto la fortuna di non subire direttamente o indirettamente perdite e lutti di familiari e amici, e si sta al contrario confrontando con gli effetti psicologici da stress acuto e prolungato del vivere un periodo di isolamento forzato e un necessario riadattamento. Al dolore di chi ha subito gli effetti più tragici di questa pandemia dedichiamo un pensiero di profondo cordoglio e di rispetto, e la nostra più sincera vicinanza umana.  

Strategie psicologiche in quarantena (e oltre): 

#1 Il controllo delle informazioni e della comunicazione.

La prima difesa psicologica che ha permesso a molti di non lasciarsi andare al panico o alla disperazione è  il mantenere un forte CONTATTO COL PIANO DI REALTA’. Questo si traduce nell’assumere il controllo del modo in cui ci informiamo e, soprattutto, del modo in cui condividiamo i nostri vissuti. È fondamentale. 

L’EFFETTO “(S)TRAVOLGIMENTO INFORMATIVO/EMOTIVO”

Il primo effetto di un cambiamento così radicale, come l’inizio di una quarantena, è quello di uno stravolgimento emotivo. La nostra realtà quotidiana viene completamente travolta dal cambiamento: si perdono i pilastri che danno identità e ordine alle nostre vite: l’abitudinarietà, la routine, l’organizzazione prevedibile e ripetitiva delle giornate, la libertà di cambiarla. Tutto questo viene spazzato via in un batter d’occhio dal nuovo (dis)equilibrio, e tutto ruota attorno al nuovo dittatore della realtà: il pericolo del contagio e il conseguente pericolo di vita. L’importanza di ricostruire un equilibrio sarà l’oggetto dell’approfondimento successivo. Per ora, focalizziamoci su cosa si fa quando l’Agenda Setting delle nostre vite vira vorticosamente su un unico tema, l’epidemia. La reazione più naturale è che noi stessi cercheremo più informazioni possibili sull’argomento.
Si è parlato molto di infodemia, l’epidemia causata dall’emergere di infinite fake news su un tema, o come ho avuto modo di denunciare recentemente, l’uso da parte di alcuni media di tono sensazionalistici e catastrofisti ben lontani dalla rigorosa e seria narrazione della realtà che sarebbe stata necessaria soprattutto durante l’insorgenza dell’emergenza sanitaria. Ma prima di essa viene l’infocondria: l’effetto ansiogeno e “panicogeno” derivante dal ricercare ossessivamente notizie mediatiche e rassicurazioni informative su un tema. 
Permettetemi un esempio classico ripreso dall’epoca precedente, che ironicamente potremmo definire a.CoV. (ante coronavirus). Le persone che più di altre costruivano una forma di terrore patologico nei confronti delle malattie (insomma, quella che comunemente viene definita ipocondria) adottavano un tipico comportamento disfunzionale consistente nel ricercare in modo anarchico, smanioso, compulsivo e ansioso informazioni mediche su Internet nel tentativo di rassicurarsi sull’eventualità di aver contratto un qualsiasi tipo di malattia. È quello che definiamo il cosiddetto “ricorso al Dr. Google” ed ha come effetto immediato quello di gettare la persona nel panico più assoluto: la persona costruisce scenari mentali sempre più catastrofici, riconosce nel corpo qualsiasi sintomo come allarmante e nel giro di poco va in completa confusione mentale sulle proprie sensazioni fisiche e mentali. A questo punto più la persona si sente disperata, più ricerca ulteriori modi per rassicurarsi generando un circolo vizioso che ha come effetto quello del perdere il contatto con la propria realtà corporea e mentale. 
Questo stesso processo è il rischio principale a cui non lasciarci andare in epoca di SARS-Cov-2. La ricerca compulsiva di aggiornamenti sulla situazione, attaccandoci H24 alla televisione, guardando tutti i programmi sull’argomento, leggendo anarchicamente tutto quello riusciamo a trovare sui siti di informazione, su Internet, passando ore e ore a leggere commenti sui Social, aggiornandosi a cadenza oraria sulla conta delle vittime e dei nuovi contagi, aspettando con ansia il bollettino delle 18… leggendo, leggendo, leggendo, ascoltando, ascoltando, ascoltando, guardando, guardando: ecco che prima o poi arriverà la “crisi da sovraesposizione al Coronavirus”, uno stato di confusione mentale e di dissociazione misto ad ansia, angoscia e terrore generalizzato. E con iconico gusto dell’assurdo, un noto comico ci ricorda cosa avviene quando canalizziamo la nostra attenzione su un’unica ossessiva informazione. (Qui il link per chi fosse interessato a sdrammatizzare qualche minuto, prima di andare avanti nella lettura).

LA FUNZIONE TERAPEUTICA DEI SOCIAL

Lo dico a chiare lettere: non vi è nulla di ciò che leggiamo sui Social che abbia il minimo di autorevolezza in termini di gestione sanitaria dell’emergenza o di rilevanza scientifica o informativa. È solo l’universo del Fake! È qui che l’infodemia ha il suo habitat ideale. Qui si annidano le teorie più bislacche, allarmiste, “malafediste” quando non addirittura negazioniste. Mi verrebbe da dire virus-piattiste!
Il contatto col piano di realtà trova il suo allenamento perfetto nella giungla dei social: è qui che l’intelligenza critica delle persone può fare la differenza tra credere e suggestionarsi oppure mantenere la calma e la razionalità. Serve distacco.
E sapete qual’è l’arma migliore per produrre distacco? Riuscire a parlare di questa tragedia in modo assurdo, cinico, divertente potrà sembrare a qualcuno irriverente, ma non c’è nulla di irriverente: c’è di aiuto nel “distanziarci” dalla paura, nel prenderne il controllo mentale, proprio perché ci fa leggere la situazione dall’alto. In poche parole è far uso di quella che Freud definiva il nostro più potente meccanismo di difesa dalla paura: l’ironia. 
Paradossalmente, quindi, Facebook, WhatsApp, e compagnia bella vanno usati, e molto in questo momento, ma con un altro intento, con la sola funzione terapeutica di cui sopra: per esorcizzare, per condividere in modo scherzoso, per fare appello agli aspetti più creativi nel leggere l’assurdo che ci circonda. Utilizzando la vena ironica e geniale della razza umana che in momenti come questi sa dare il meglio di sé. La funzione terapeutica dell’ironia è una forma di resilienza talmente efficace, da spingere importanti psicologi del passato (che avevano vissuto la disumana esperienza dei lager nazisti) a formalizzarla in vere e proprie tecniche terapeutiche (come la cosiddetta “intenzione paradossale” di Viktor Frankl).
Dobbiamo mantenere questo tipo di consapevolezza nell’utilizzo dei Social e delle fonti di informazioni non ufficiali. Ecco perché è fondamentale distinguere tra FATTI e OPINIONISMO.  

FIDARSI E’ BENE… (PUNTO).

La selezione delle fonti informative sulle quali costruiamo la percezione individuale e il vissuto di realtà su  ciò che sta avvenendo è cruciale: dobbiamo fare riferimento solo e il più possibile a fonti autorevoli. E nell’insicurezza, controllare la fonte: fact checking. Senza trasformarci necessariamente in giornalisti scientifici o ricercatori universitari, è fondamentale rimanere collegati con l’autorevolezza della fonte. 
Fidarsi delle fonti ufficiali, che poi sono quelle istituzionali, significa fidarci della nostra organizzazione antropologica sociale, ovverosia di noi stessi, che in ultima istanza significa fidarci l’uno dell’altro. Sembra una raccomandazione ovvia, ma non lo è.
O decidiamo di fidarci degli organismi istituzionali nazionali e internazionali o decidiamo di vivere nella paranoia, nel dubbio, nella dietrologia, nel terrapiattismo. Con ciò non vogliamo certo affermare che si debba trattare come delle educande le multinazionali del farmaco o che si debba accettare a prescindere ogni singola affermazione dell’OMS: tutti sappiamo quanto gli interessi economici corrompano gli animi, anche i più nobili. Ma da qui al lasciarsi andare al complottismo globalista l’inversione della ragionevolezza è radicale. Il complottismo globalista è la manifestazione più eclatante di un disagio sempre più diffuso nei confronti della scienza e delle istituzioni, ma se lo riduciamo all’espressione psicologica individuale, quasi sempre abbiamo che fare con due pessime manifestazioni della mente: ignoranza o paranoia.
Oltre al dove è importante sapere quanto informarsi. Il rischio sovraesposizione è praticamente impossibile da eliminare in questo momento se ci si espone liberamente a qualsiasi device: serve disciplina. Il mio consiglio è di non eccedere il numero di 2 momenti giornalieri in cui si dedicano 20-30 minuti ad informarsi, mattina e sera. A meno che non abbiate un ruolo operativo manageriale all’interno della Protezione Civile, è più che sufficiente a rimanere ancorati a dati di realtà senza essere colti da catastrofismo emotivo. 

SE NE (STRA)PARLO, NON PASSA

Altro aspetto cruciale di una corretta gestione di questo momento emotivo passa attraverso la comunicazione interpersonale. Spesso il senso comune ci induce a ritenere che l’atto dello sfogo, la condivisione, la socializzazione continua con gli altri su ciò che emotivamente ci tormenta sia un atto liberatorio che aiuti a gestire l’ansia e l’angoscia. Nulla di più lontano dalla realtà. La comunicazione interpersonale è al contrario un potente amplificatore percettivo ed emotivo dei nostri stati d’animo e delle nostre paure. Più se ne parla più la cassa di risonanza interna produce un’eco incredibile. Più raccontiamo cose che allarmano, più ci allarmiamo. Sempre tornando all’analogia con l’insorgere di problemi ipocondriaci, lo abbiamo definito l’Effetto Moliere. Sfogarsi eccessivamente: la strada maestra per trasformare una tragedia in terrore.
Con ciò non si vuole dire che la giusta disposizione sia quella di infilarsi in un antico monastero medievale, nella cella più sotterranea e oscura di esso, e da lì rimuginare in isolamento sulla disgrazia che ha assalito il mondo intero. No di certo, non sarebbe una gestione corretta neanche quella. Ma serve moderazione, come del resto ricordava la Dea greca della Salute, Igea, secondo la quale la prevenzione consiste nell’usare tutto senza farsi dominare da niente. Anche in questo caso non dobbiamo farci dominare dall’urgenza di sfogarci, di condividere l’ultima notizia sentita in modo impulsivo e disordinato, dalla smania. Non a caso, l’abate Dinourt, nel suo L’arte di tacere, ci ricorda come la smania di dire qualcosa sia già una ragione sufficiente a tacerla. Insomma, serve moderazione, calma, ponderazione. L’ansia non si gestisce lasciandoci andare all’ansia della condivisione. Può essere al contrario più utile un semplice quanto efficace strumento antico, che da sempre ha permesso all’uomo di prendere maggiore dimestichezza con le proprie angosce: scrivere. Tenere un taccuino, dove annotare pensieri, preoccupazioni ricorrenti, angosce è uno dei modi più terapeutici a nostra disposizione per gestire questi straordinari momenti.

PER APPROFONDIRE:

Alessandro Bartoletti, Giorgio Nardone. LA PAURA DELLE MALATTIE. Psicoterapia Breve Strategica dell’Ipocondria. Ponte alle Grazie, 2018.

Brooks, et al. The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence. The Lancet, RAPID REVIEW| VOLUME 395, ISSUE 10227, P912-920, MARCH 14, 2020.

Wang, C., Pan, R., Wan, X., Tan, Y., Xu, L., Ho, C. S., & Ho, R. C. (2020). Immediate psychological responses and associated factors during the initial stage of the 2019 coronavirus disease (COVID-19) epidemic among the general population in china. International Journal of Environmental Research and Public Health, 17(5), 1729

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